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mercoledì 22 settembre 2010

Il periodo Kamakura 鎌倉時代 (1185-1333)


La conquista del potere politico del Giappone da parte di Minamoto no Yoritomo, in seguito alla vittoria riportata sul clan Taira nella guerra Genpei (1180-1185), segnò il definitivo passaggio del Giappone al feudalesimo. Infatti, a partire dal 1185, si assiste alla nascita di un nuovo centro di potere, alternativo alla Corte imperiale e con un assetto politico propriamente feudale. Si tratta del cosiddetto "bakufu di Kamakura", un governo militare fondato sullo stretto rapporto signore-vassallo che intercorreva tra il clan Minamoto e alcune famiglie del Kanto, che nella precedente campagna militare contro i Taira avevano aderito alla causa di Yoritomo: in cambio della loro fedeltà incondizionata e personale ai Minamoto, queste famiglie ottenevano incarichi amministrativi (jito) e militari (shugo) in varie tenute del Paese, nonchè il diritto di proprietà sulle terre confiscate ai nemici e ai cavalieri di dubbia lealtà.

In questo modo, Yoritomo poteva contare, oltre che su una forte base economica personale, anche su una vasta rete di controllo, fatta di uomini fidati (i gokenin) sparsi per tutto il Giappone. Per di più, egli godeva di un vasto potere politico, garantito e legittimato dalla stessa Corte imperiale di Kyoto, la quale riconosceva il nuovo governo di Kamakura, conferendo a Yoritomo la carica di sotsuibushi (capo della polizia militare) nel 1185, quelle di soshugo (capo dei governatori militari) e di sojito (capo degli intendenti terrieri militari) nel 1190 e, infine, quella in assoluto più alta di shogun nel 1192. Allo stesso tempo, Yoritomo e i suoi sucessori si impegnavano a riconoscere l'istituzione imperiale quale unica fonte di legittimazione del potere politico e a convivere con essa in una sorta di "governo duale", anche se, di fatto, la Corte di Kyoto andava via via perdendo competenze e proprietà terriere a favore del governo militare instaurato da Yoritomo.

Tuttavia, il bakufu di Kamakura, sebbene all'inizio si fosse rilevato piuttosto efficace, fu messo a dura prova da due grandi crisi che lo colpirono durante il suo secolo e mezzo di vita e che ne segnarono, sia pure indirettamente, la fine. La prima di queste crisi fu determinata dalla scomparsa della stirpe degli shogun Minamoto. Infatti, dopo la morte di Yoritomo nel 1199, i discendenti diretti di quest'ultimo non riuscirono a gestirne l'eredità e vennero presto rimpiazzati dagli Hojo. Questa famaiglia, in passato tutrice di Yoritomo, riuscì quindi a subentrare nel governo del Giappone sotto la guida di Hojo Masako (1157-1225), moglie di Yoritomo, e di suo padre Hojo Tokimasa (1138-1215), il quale nel 1203 assunse per primo la carica di shikken, ovvero di reggente dello shogun. Da questo momento, gli Hojo riuscirono a governre da dietro le quinte il bakufu di Kamakura, mentre la carica di shogun finì per assumere un valore puramente simbolico.

L'altra grande crisi di questo periodo era invece rappresentata da una grave minaccia esterna: i tentativi di invasione dei mongoli del 1274 e del 1281. Infatti, mentre il Giappone stava vivendo un periodo di pace e di stabilità interna sotto la guida degli Hojo, nel continente asiatico, sul finire del XIII secolo, i capi mongoli stavano dando vita al più esteso impero della storia mondiale. Dopo aver conquistato la Corea e soffocato gli ultimi focolai di resistenza in Cina, l'imperatore mongolo Qubilay Qan, vista respinta dal bakufu di Kamakura la richiesta di sottomissione alla sua autorità, inviò in Giappone una spedizione navale che raggiunse le coste settentrionali del Kyushu nel 1274. Tuttavia, prima ancora che vi fossero scontri decisivi, un tifone provocò igenti danni alla flotta nemica costringendola alla ritirata. Un cosa analoga avvenne nel 1281: una nuova invasione mongola, ancora più poderosa della prima, fu vanificata ancora una volta da un tifone improvviso.

Sebbene la minaccia di un'occupazione straniera fosse stata sventata dal "provvidenziale" tifone, soprannominato non a caso kamikaze (vento divino), gli ingenti preparativi di difesa per fronteggiare le due invasioni mongole (ed eventuali attacchi successivi) avevano inciso molto sulle finanze del bakufu, così come sulle energie umane dei giapponesi. Per di più, la guerra contro gli inavsori non aveva lasciato ai vincitori alcun bottino da spartire. Tutto ciò fomentò il forte malcontento di quanti avevano affrontato spese, sacrifici e perdite ingenti per la difesa del Paese, senza ricevere tra l'atro risarcimenti dal bakufu, che si era così dimostrato impotente e inefficiente. Questo clima di generale ostilità verso gli Hojo fu alimentato a sua volta dal risentimeno che molti cavalieri proviciali nutrivano verso il lungo dominio di questa famiglia; esso avrebbe quindi determinato la fine del bakufu di Kamakura e, al contempo, l'inizio di uno nuovo shogunato con sede a Muromachi e posto sotto la leadership di un nuovo clan emergente: quello degli Ashikaga.

martedì 19 agosto 2008

Il periodo Heian 平安時代 (794-1185)3

Durante la seconda metà del XII secolo, in Giappone si concretizzò il processo di trasferimento del potere dalla Corte e dall'aristocrazia civile (i kuge) alla classe militare, o samuraica, forgiatasi attorno alle grandi casate guerriere (i buke) che avevano consolidato potere nelle province. Discendenti dai rami collaterali di alcune prestigiose famiglie della Capitale o della stessa dinastia imperiale, i buke fecero sentire il loro peso politico e militare nel momento in cui vennero coinvolti nelle dispute per la successione imperiale; da una di queste dispute era infatti scoppiata una guerra civile nota come Hogen no ran, cioè rivolta dell'era Hogen (1156-1158), che vide contrapporsi sui campi di battaglia due clan militari delle province rivali, i Taira e i Minamoto, rispettivamente sostenitori dell'Imperatore Go Shirakawa e dell'Imperatore in ritiro Sutoku. I primi (noti anche come Heishi o Heike) discendevano dal figlio dell'Imperatore Kanmu e avevano stabilito un potere personale nelle regioni del Mare Interno, a ovest, mentre l'altro clan, quello dei Minamoto (o Genji), creato nell'814 dall'Imperatore Saga, aveva la propria sede nella regione del Kanto, a est.

I Taira, guidati dal loro leader Kiyomori (1118-1181), vinsero la guerra civile, sconfiggendo nel 1156 i Minamoto, che intanto erano sconvolti da gravi divisioni interne. Inoltre, dopo aver sventato una rivolta scoppiata nel 1159 e cappeggiata dai Minamoto superstiti e dalla famiglia Fujiwara (rivolta Heiji), Kiyomori impose il predominio del suo clan per un ventennio (1160-1180), che prende il nome di periodo Rokuhara. In questi anni, Kiyomori si stabilì a Heian dove sistemò se stesso e i membri della sua famiglia in alte cariche di Corte, sposò la figlia dell'imperatore e, nel 1180, fece salire al trono imperiale il suo nipote di soli due anni, Antoku (1178-1185). In questo modo, egli stabilì un controllo diretto sulla Corte, praticamente con gli stessi metodi usati dai Fujiwara nei secoli precedenti. Kiyomori, tuttavia, non si preoccupò di consolidare la sua posizione nei confronti degli altri clan guerrieri di provincia, appoggiandosi piuttosto alle tradizionali forme di potere; ma così facendo, le potenti famiglie guerriere non videro più in lui un'autorità capace e desiderosa di proteggere i loro interessi nelle campagne; a ciò si aggiunse il fatto che Kiyomori, a causa della sua violenza e del suo dispotismo, si rese inviso a molti, perfino a quelli che lo avevano inizialmente sostenuto.

Fu così che si venne a costituire una coalizione anti-Taira guidata da Yoritomo (1147-1199), uno dei Minamoto risparmiati da Kiyomori dopo la repressione della rivolta Heiji. Divenuto adulto sotto la custodia di un ramo minore dei Taira, gli Hojo, nel 1180 Yoritomo sfidò infatti l'autorità di Kiyomori e della Corte di Heian, approfittando della richiesta di aiuto di un principe imperiale ribelle: presto, i leaders militari di tutto il paese si misero al suo fianco. Il vasto esercito di Yoritomo riuscì ad avere la meglio sulla coalizione guidata dai Taira: dopo la scomparsa di Kiyomori (1181), i Minamoto presero la Capitale nel 1183, vi scacciarono i Taira e annientarono quest'ultimi nella battaglia navale di Dannoura (1185); in quel celebre scontro, tra l'altro, trovarono la morte molti membri della Corte, compreso l'imperatore bambino Antoku. Da questo conflitto, noto col nome di Guerra Genpei (1180-1185), Minamoto Yoritomo uscì quindi come capo militare indiscusso di tutto il paese e questo fatto avrebbe avuto conseguenze tanto grandi da inaugurare un nuovo ordine e una nuova fase della storia giapponese.

martedì 10 giugno 2008

Il periodo Heian 平安時代 (794-1185)2

A Heiankyo, la corte raggiunse il suo massimo splendore sotto molti aspetti: la nobiltà della capitale conduceva un'esistenza fatta di un benessere e una raffinatezza, visibili nello splendore della produzione artistica e letteraria; con la sua raffinatezza e la sua impeccabile etichetta, essa competeva con le corti di ogni tempo e luogo, lasciando all'umanità alcuni esempi della migliore arte e letteratura del mondo antico. Allo stesso tempo, comunque, i principi e i cortigiani dell'odierna Kyoto, dedicandosi a passatempi piacevoli e a discorsi eruditi piuttosto che che all'amministrazione dello Stato, finirono per perdere il controllo sul mondo reale al di fuori della corte; intanto, godendo ancora di una certa autonomia e in un clima di relativa pace e stabilità, essi svilupparono le prime forme di una cultura nazionale, prendendo sempre più le distanze dal modello cinese.

Infatti, in seguito al declino della dinastia T'ang nel 907, il Giappone aveva interrotto i rapporti che aveva intrattenuto fino ad allora col continente; già nell'894, era stato deciso di non inviare missioni diplomatiche in Cina, a causa dei gravi disordini in atto. A partire dal IX secolo, insieme ai contatti politici cessava poi anche l'entusiasmo per tutto ciò che fosse cinese, mentre stava maturando una cultura autoctona, in grado di assimilare e adattare ciò che aveva fino ad allora acquisito da oltremare. In questo modo, nascevano in Giappone forme artistiche e letterarie originali e autonome, nonostante la Cina classica continuasse a godere di alto credito presso l'elite dominante.

Intanto, uno dei segni più evidenti dell'aumentato distacco dai modelli cinesi fu l'elaborazione, avvenuta nei secoli IX e X, di un nuovo sistema di scrittura: si tratta del kana, il sillabario giapponese, nato dalla trasformazione dei caratteri cinesi (kanji) in simboli fonetici privi di ogni significato specifico. I kana venivano utilizzati assieme ai kanji in una struttura grammaticale autoctona, diversa da quella cinese; inoltre, si dividevano a loro volta in 2 sillabari distinti, ciascuno fatto di circa 50 segni, uno corsivo (hiragana) e l'altro non corsivo (katakana).

In un primo momento, i sillabari kana, venivano usati principalmente dalle donne di corte che, in genere, non avevano abbastanza cultura per scrivere in cinese; invece, gli uomini più eruditi, disdegnavano di servirsi della propria lingua per scrivere opere importanti, dato che la conoscenza della cultura classica cinese continuava ad essere un requisito indispensabile e un tratto distintivo dello status di aristocratico. Così, mentre i maschi dell'aristocrazia continuavano a comporre scritti in cinese, generalmente di qualità mediocre, le loro dame, cimentandosi nella composizione di diari (nikki) e racconti (monogatari) in "giapponese", davano vita alla prima prosa letteraria in questa lingua. Fu in questo contesto, quindi, che la dama di corte Murasaki Shikibu scrisse, intorno al 1004, il Genji monogatari (la Storia di Genji), dove si narrano le avventure amorose e la maturazione psicologica di Genji, un principe immaginario. Considerato il primo romanzo in prosa della storia, il Genji Monogatari costituisce l'opera letteraria più eminente del periodo Heian e resta anche tra le maggiori di tutti i tempi. Essa, inoltre, fornisce informazioni utili, se non indispensabili, sulla vita sociale e culturale della corte imperiale dell'epoca, nonché sugli stessi cortigiani e sul loro totale disinteressamento verso le trasformazioni epocali che stavano avvenendo allora nelle province agricole.

domenica 1 giugno 2008

Il periodo Heian 平安時代 (794-1185)1


Alla fine dell'VIII secolo, l'Imperatore Kanmu, in carica dal 781 all'806, volendo sfuggire all'influenza dei templi buddhisti che sorgevano tutt'intorno alla capitale imperiale di Nara, decise nel 789 di trasferire la corte a Nagaoka; lì tuttavia, cospirazioni e assassini, nati da dispute per la successione al trono, lo costrinsero a spostare nuovamente la sede del governo. Così, nel 794, fondò Heiankyo (letteralmente, "capitale della pace e della tranquillità"), poi ribattezzata Kyoto, che da allora sarebbe stata la capitale ufficiale per più di mille anni, fino al 1868. Costruita come Nara secondo lo schema urbanistico a griglia cinese, questa città rappresentò il principale cento politico, sociale e culturale del Giappone per quasi 4 secoli, un periodo che prende appunto il nome di era Heian.

Si tratta di un momento decisivo per la storia giapponese, in quanto con esso giunge a compimento la frattura tra due diverse realtà: quella della corte imperiale, sede dell' aristocrazia più erudita che conduceva un esistenza agiata e raffinata; e quella delle province rurali, dove si era formata e si stava via via rafforzando la nuova classe guerriera, o samuraica, che, proprio in questo periodo, avrebbe sostituito le istituzioni del governo centrale nella gestione dello Stato. Infatti, con l'acuirsi delle contraddizioni del sistema fondiario, già emerse nel periodo Nara, la dinastia regnante stava progressivamente perdendo il controllo sociale, economico e quindi politico su numerose aree agricole dell'arcipelago, e sui relativi abitanti. Nemmeno i tentativi da parte di Kanmu e dei suoi tre successori di ripristinare i princìpi enunciati nel Codice Ritsuryo, posero fine all' ormai inevitabile declino del potere imperiale.

A beneficiare di questa situazione, prima ancora dell'aristocrazia guerriera provinciale, fu il clan Fujiwara, che riuscì ad avere un' influenza quasi assoluta sulla dinastia imperiale, limitando drasticamente il potere personale del tenno. Attraverso un'abile politica matrimoniale e l'esercizio della reggenza, i Fujiwara dominarono infatti la Corte per buona parte del periodo in questione, in particolare tra il 967 e il 1068, arco di tempo che prende appunto il nome di "governo dei reggenti" (o sekkan seiji) Fujiwara. Tuttavia, la loro influenza venne ridimensionata dall'istituzione del governo degli imperatori in ritiro (o insei), anche detto "governo del chiostro". Secondo tale prassi, già attuata in passato ma divenuta assai comune dalla fine dell'XI secolo, un imperatore abdicava presto per liberarsi da qualunque interferenza esterna; posto sul trono un imperatore molto giovane, egli lo avrebbe quindi controllato al posto di un reggente. Grazie a questa strategia, nel 1086, l'Imperatore Shirakawa poté così svincolarsi dai Fujiwara e contrastare il loro dominio sulla Corte.

Comunque, sia il governo dei reggenti che il governo del chiostro, insieme a tanti altri giochi di potere e intrighi vari, finirono per danneggiare inevitabilmente la coesione e l'efficacia del governo centrale, e contribuirono all'ulteriore perdita di un controllo reale sulla nazione, in particolare sulle risorse economiche. Intanto, al di fuori della Corte emergeva sempre più il potere dei capi delle bande guerriere provinciali che nelle campagne, lontani dagli sfarzi di Heiankyo, stavano gettando le fondamenta di un Giappone diverso, il Giappone feudale.

mercoledì 26 marzo 2008

Il periodo Nara 奈良時代 (710-784 d.C.)3

In seguito all'applicazione dell'editto Taika del 646, nel periodo Nara giunge a compimento la formazione, in Giappone, di uno stato centralizzato e subordinato all'autorità della famiglia imperiale. In particolare, l'editto prevedeva l'assegnazione del pieno controllo delle terre al sovrano, che si riservava il diritto di riscuotere le tasse attraverso l'adozione di un sistema fondiario e fiscale già in uso in Cina. Tale sistema, detto kubunden (ovvero campi divisi per ogni bocca), comportava la distribuzione di determinate porzioni di terra alle famiglie contadine, tenute a coltivarle e a pagare i relativi tributi. Il governo imperiale ricavava da questo assetto una forza economica e politica assoluta ma non sempre riuscì, tuttavia, a garantire l'efficienza del sistema kubunden. Esso avrebbe subito importanti trasformazioni fino a rivelarsi praticamente inadeguato nell'assicurare l'egemonia del sovrano.

A determinare tali trasformazioni fu, innanzitutto, il fatto che in un Giappone ancora arretrato e centralizzato solo di recente, era assai difficile per il governo centrale combattere tendenze dure a morire come la sostanziale autonomia degli antichi uji (o clan) e l'influenza che essi avevano ancora sui contadini contribuenti. Inoltre, dato che si accedeva alle cariche più alte in base alla nascita e non al merito, mancava una burocrazia potente e in grado di amministrare correttamente le province; molte dei queste, infatti, venivano lasciate della corte in uno stato di semi abbandono. Per non parlare del fatto che la pressione fiscale esercitata sugli agricoltori spingeva questi ad abbandonare le terre kubunden mentre ondate di malattie provenienti dal continente (come l'epidemia di vaiolo del 735-737) provocavano la rovina e quindi l'abbandono di molti altri campi.

Tutti questi fattori resero evidente la debolezza e la mancanza di flessibilità del sistema cinese di nazionalizzazione della terra e spinsero il governo ad adottare contromisure per incrementare la produttività delle terre statali e, così, le entrate provenienti dalla loro tassazione. Infatti, con l'obiettivo di portare nuove risorse nelle casse dello stato, il governo volle estendere le aree coltivabili ma, non riuscendo a raccogliere la manodopera necessaria, promulgò due leggi che incentivassero la bonifica del territorio: un decreto del 723 concedeva a famiglie aristocratiche o istituzioni religiose il possesso privato per una o tre generazioni delle terre che avessero reso produttive; un'atro decreto del 743 avrebbe poi reso perpetua tale concessione.

Le due leggi contraddicevano palesemente l'intero sistema promosso dalla riforma Taika, dato che le nuove zone messe a cultura non erano più "terre pubbliche" e "di proprietà imperiale", ma possedimenti privati, detti shoen, sottoposte al controllo della nobiltà e del clero. In questo modo, aristocratici di corte e i grandi templi della capitale, ottenendo perfino l'esenzione fiscale, aumentarono notevolmente la loro ricchezza e la loro influenza a scapito di quelle del sovrano, che vide invece diminuire progressivamente le proprie entrate nonché il proprio controllo sulla terra e su i suoi abitanti.

Quindi, a partire dalle contraddizioni del sistema fondiario era ormai iniziato un processo di decadimento del potere centrale, un processo che non poteva essere arrestato nemmeno dell'iniziativa di imperatori energici e abili, come ad esempio Kanmu che regnò dal 781 all'806. Salito al trono come cinquantesimo imperatore, Kanmu è ricordato per aver trasferito la capitale da Nara a Nagaoka nel 784 e nuovamente a Heiankyo (l'odierna Kyoto) nel 794. Nella sua nuova sede, Kanmu mirò a rafforzare l'autorità imperiale e a ripristinare il suo antico ruolo limitando nel contempo la nascita di nuove tenute private. Ma alla lunga il suo progetto si sarebbe rivelato vano e la dinastia imperiale avrebbe finito per ricoprire un ruolo puramente sacrale e cerimoniale, mentre avrebbe smesso di ricoprire quello politico per circa un millennio.

martedì 18 marzo 2008

Il periodo Nara 奈良時代 (710-784 d.C.)2

Come si è potuto capire dall'articolo precedente, la religione buddhista e la sua diffusione svolsero un ruolo determinante durante il periodo Nara. Infatti, nonostante non avesse sostituito lo Shintoismo ne come culto popolare ne come fonte principale del potere imperiale, il Buddhismo riscontrò un grande successo nel Giappone dell'epoca a livello sia religioso che culturale, godendo, tra l'altro, dei favori ufficiali della Corte. Per esempio, i grandi templi della capitale ricevettero un forte sostegno economico, attraverso la concessione di proprietà private e la possibilità di acquisire nuovi possedimenti senza dover pagare tributi al governo centrale. Per questo motivo, e per il fatto di avere tra i suoi monaci membri della nobiltà e perfino ex imperatori, il clero buddhista poté disporre di un peso politico tale da condizionare le dispute per il potere all'interno della stessa Corte imperiale.

Emblematico è l'episodio di cui fu protagonista l'Imperatrice Koken, figlia dell'Imperatore Shomu, salita al trono nel 749. Fervente buddhista, come lo era stato il padre, Koken patrocinò molte cerimonie e difese i princìpi della sua fede, condannando a pene severe chiunque li avesse violati. Nel 758, abdicò a favore dell'Imperatore Junnin e si ritirò a vita monastica; nel frattempo, aveva conferito cariche importanti a un monaco, Dokyo, probabilmente per averla guarita da una malattia. Grazie ai titoli e ai privilegi ricevuti da Koken, Dokyo divenne tanto potente da costituire una minaccia per l'Imperatore in carica, che intervenne militarmente contro di lui, ma senza successo: Dokyo sventò l'attacco e l'ex Imperatrice tornò sul trono col nome di Shotoku, condannando all'esilio il suo predecessore. L'Imperatrice, quindi, accrebbe ulteriormente con altre cariche il potere del monaco che, mosso dall'ambizione, pretese perfino di essere nominato Imperatore. Era evidente che il clero buddhista dominava ormai la Corte e fu solo la morte di Koken nel 770 a determinare la fine del potere di Dokyo, che venne esiliato dalla capitale.

In seguito, la vicenda spinse gli imperatori successivi a ridurre drasticamente il sostegno alle istituzioni religiose e a spostare, nel 784, la capitale da Nara a Nagaoka, a sud-est dell'odierna Kyoto, con lo scopo di allontanare, anche fisicamente, l'influenza dei grandi templi buddhisti e dei loro sacerdoti dagli affari di Stato.

martedì 11 marzo 2008

Il periodo Nara 奈良時代 (710-784 d.C.)1


Il periodo Nara è quello in cui la capitale, sede del Governo imperiale, era Heijokyo (oggi Nara, appunto), situata nella pianura di Yamato. La città fu fondata nel 710 secondo i parametri urbanistici di Ch'ang-an, capitale cinese sotto la dinastia T'ang: riproduceva, infatti, la stessa pianta a griglia rettangolare, insieme ad altre caratteristiche dello stile architettonico e urbanistico cinese. Con i suoi 20 chilometri quadrati di estensione, Nara doveva rappresentare l'intenzione dei sovrani giapponesi di ispirarsi al modello continentale per esprimere, anche visivamente, il proprio potere.

In questo contesto, gli imperatori e le famiglie nobili vollero attingere dal Buddhismo forza e prestigio, finanziando la costruzione di splendidi templi e patrocinando importanti cerimonie. Esemplare fu lo zelo buddhista di Shomu "il Pio", imperatore dal 724 al 749, che, mosso dall'intento di proteggere il suo paese da una grande epidemia di Vaiolo e altre calamità, fece costruire un tempio in ciascuna provincia. Inoltre, commissionò grandiose costruzioni buddhiste all'interno della capitale, come il Tempio Todai-ji a Nara dove è custodito il Grande Buddha seduto (o Daibutsu), una delle statue in bronzo più grandi del mondo (è alto circa 18 metri); durante la consacrazione della statua nel 752, ovvero la cerimonia della "apertura degli occhi" del Buddha, parteciparono personaggi provenienti dalla Cina, dalla Corea e perfino dall'India.

Quello Nara è un periodo di frequenti contatti con vari paesi dell'Asia orientale ( e non solo), anche se il partner privilegiato del Giappone fu la Cina con cui, già a partire dal 701, aveva inaugurato una nuova stagione di intensi scambi commerciali e culturali. Infatti, dalla Cina i giapponesi assorbirono, oltre al Buddhismo, anche altre dottrine filosofiche, la letteratura, l'arte e le riforme politiche. Tuttavia, non si trattò di un'imitazione indiscriminata di tutto ciò che fosse cinese ma , piuttosto, di una rielaborazione originale del modello straniero, adattandolo alle esigenze indigene.

In ambito letterario, a partire dai caratteri cinesi, si sviluppò, per esempio, un sistema di scrittura giapponese distinto: assistiamo, in pratica, alla compilazione del Kojiki (712) e del Niohon Shoki (720), le prime vere opere letterarie giapponesi. Entrambe nacquero dalla concezione cinese secondo cui un governo dovesse compilare accuratamente gli eventi storici del passato come guida dell'azione politica. Tuttavia, diversamente dalle cronache ufficiali cinesi, le due opere storiche giapponesi sono attendibili solo per quanto riguarda gli ultimi 3 secoli della narrazione, mentre, per il resto, riportano episodi remoti della mitologia antica e fatti surreali. Il loro obbiettivo principale era quello di glorificare il passato della dinastia regnante Yamato, conferendole un'eredità divina. La famiglia imperiale giunse così a legittimare il proprio dominio sul Giappone, un dominio ormai totalmente consolidato dopo un lungo processo di centralizzazione del potere, iniziato nel periodo Kofun (250/300-538 d.C.).

martedì 29 gennaio 2008

Il periodo Asuka 飛鳥時代 (538-710 d.C.)3

L'opera di riforme venne momentaneamente interrotta da un breve periodo di guerra civile, provocato da una disputa per la successione al trono. Da questo scontro uscì vincitore Tenmu, fratello dell'Imperatore Tenji, che regnò dal 673 al 686 grazie, soprattutto, all'appoggio dell'esercito. L'imperatore Tenmu proseguì il processo di riforme e il consolidamento del potere imperiale. Infatti, ristrutturò il sistema di titoli onorifici (kabane) che regolava la gerarchia tra i capi clan (uji), ponendo quest'ultimi in una posizione subalterna rispetto ai nuovi ranghi di Corte; Inoltre, diede inizio alla compilazione del famoso Codice Taiho che sarebbe poi stato emanato agli inizi dell' VIII secolo; Infine, commissionò la stesura degli annali che avrebbero legittimato la stirpe imperiale, attribuendole un'origine divina. Si tratta di quell'opera terminata molti anni dopo, a cui sarebbe stato dato il titolo di Kojiki.

Morto Tenmu nel 686, fu necessario spostare la corte imperiale da Asuka e trovrle una sede che doveva, per la prima volta, essere permanente. Infatti, fino ad allora, vigeva la regola di spostare periodicamente la capitale imperiale ogni volta che vi moriva l'Imperatore in quanto, secondo il culto shintoista, il decesso del sovrano contaminava la sede di governo che andava quindi cambiata per non cadere nella sciagura. Già a partire dalle leggi Taika, invece, si decise di stabilire una sede fissa ricorrendo piuttosto a grandi riti di purificazione. Furono fatti quindi diversi tentativi di porre una capitale stabile ma, per vari motivi, questi fallirono. La prima capitale stabile ad essere sperimentata fu quella di Fujiwara, costruita nel 694 a nord di Asuka in base ai modelli architettonici e alla geomanzia cinese, ma sarebbe durata solo fino al 710 quando la sede del governo imperiale fu trasferita a Nara.

Intanto, durante questo periodo venne completato il codice di leggi avviato da Tenmu ed emanato nel 702 col nome di Codice Taiho , conosciuto anche come Codice Ritsuryo in quanto comprendeva due parti: le sanzioni penali (ritsu) e le istruzioni per i funzionari (ryo). Questo codice costituì l'ultimo atto del processo di riforme avviate da Shotoku Taishi ed enfatizzò ulteriormente l'autorità dell'imperatore e, quindi, la centralizzazione del potere. Esso gettò così le basi di un sistema amministrativo che sarebbe durato, almeno formalmente, fino al XIX secolo. Il codice Ritsuryo stabiliva una nuovo ordine sociale e gerarchico composto unicamente da "sudditi" classificati in base al rapporto che li legava al sovrano e divisi sostanzialmente in sudditi liberi (ryomin) e sudditi non liberi (senmin). Inoltre, da questo codice emerse una nuova e definitiva struttura di governo che in parte ricalcava il modello cinese, in parte conservava alcune caratteristiche indigene: infatti, da un lato, riprendeva dall'Editto Taika il Dajokan (Consiglio di Stato), ovvero un organismo che svolgeva l'amministrazione civile e rispecchiava il governo laico cinese; dall'altro, introduceva il Jingikan (Ufficio delle Divinità) che rappresentava invece le funzioni religiose dell'Imperatore e testimoniava quindi la continuità dell'importanza attribuita ai culti locali shintoisti.

Con il Periodo Asuka e le sue riforme (Costituzione dei 17 articoli, riforme Taika e Codice Ritsuryo) si giunge insomma alla nascita effettiva di uno stato unitario dotato di codice penale e costituzione legale, caratterizzato da stratificazione sociale e governato da un sovrano che regnava sulla base di una legge scritta. Inoltre, già a partire da questo periodo venne usato il nome moderno Nippon o Nihon, "Sorgente del Sole", e si delineò chiaramente la separazione tra sovranità nominale, attribuita all'imperatore, e potere politico effettivo, esercitato da primi ministri o reggenti e, in seguito (in periodo medioevale), da governatori militari, detti shogun.

domenica 20 gennaio 2008

Il periodo Asuka 飛鳥時代 (538-710 d.C.)2


Secondo un tradizionale sistema di datazione, detto nengo, il colpo di Stato, che nel 645 eliminò l'egemonia Soga, si colloca nel primo anno dell' era Taika (Grande Cambiamento) da cui prese il nome l'editto di riforma promulgato nel 646 dall'Imperatore Kotoku. Si tratta delle cosiddette Riforme Taika che, basandosi sul modello di governo cinese, determinarono un' ulteriore burocratizzazione e centralizzazione dello Stato, rafforzando così il potere della corte imperiale. Infatti, diversamente dalla costituzione promossa dal Principe reggente Shotoku nel 604, l'EdittoTaika del 646 non era un elenco di precetti etico-morali ma un insieme di vere e proprie norme politico-amministrative che mirava a trasformare i capi della dinastia regnante nei monarchi assoluti del sistema cinese.

Prima di tutto, l'editto mirava a privare i clan del pieno controllo delle terre e dei loro abitanti, attribuendo tale controllo al sovrano che, di conseguenza, si trovava a esercitare il monopolio sulle risorse agricole del paese; in secondo luogo, dal punto di vista amministrativo, la riforma organizzava il territorio nazionale in 66 kuni (province), a loro volta divise in gun (distretti) e in unità ancora più piccole costituite da villaggi rurali e quartieri urbani. A capo dei kuni erano posti governatori provinciali, detti kokushi, mentre le cariche inferiori venivano ricoperte dai membri della nobiltà locale che, perso il proprio potere politico autonomo, diventavano funzionari dell'Imperatore; Infine, come terzo provvedimento, si istituivano il censimento della popolazione e un catasto, in base ai quali la terra coltivabile veniva distribuita equamente tra i contadini che, in cambio, dovevano pagare all'Imperatore una tassa versata, in parte in natura sul raccolto, in parte sotto forma di manodopera o di servizio militare.

Queste riforme avrebbero, dunque, fornito l'Imperatore di un notevole potere sia economico che militare. Tuttavia, esse, di fatto, non vennero attuate subito ma solo gradualmente nel corso di quasi un secolo, dato che la loro esecuzione richiedeva un considerevole sforzo organizzativo. A mettere in moto queste riforme fu la necessità di assicurare la sopravvivenza del governo imperiale e della sua burocrazia attraverso un continuo afflusso di entrate nelle casse statali. Infatti, queste entrate potevano essere ormai garantite solo dal controllo diretto delle risorse agricole e da un efficiente sistema di tassazione. Un ulteriore stimolo al cambiamento fu tuttavia fornito al Giappone dal pericolo di un'invasione militare da parte della Cina, in seguito alla perdita della colonia in Corea e alla distruzione di una flotta giapponese a largo della penisola, nel 663. Infatti, il timore dell'espansionismo cinese, evidente nell'opera di fortificazione del periodo, contribuì ad accelerare il processo di centralizzazione del potere. Intanto la Cina stessa, oltre che una potenza da temere, venne sempre più considerata un modello da imitare, attingendo ampiamente dalle istituzioni dell'Impero sotto i Sui e poi sotto i Tang.

lunedì 14 gennaio 2008

Il periodo Asuka 飛鳥時代 (538-710 d.C.)1

Questo periodo prende il nome dalla prima capitale imperiale della dinastia Yamato, edificata nell'area dell'odierna Osaka, e va dal 538 (per molti studiosi, l'anno dell'introduzione del Buddhismo in Giappone) al 710 (inizio del periodo Nara, in seguito allo spostamento della corte nella citta omonima). Il periodo Asuka è caratterizzato, rispetto alle epoche precedenti, da una maggiore penetrazione nell'arcipelago della cultura continentale e, in particolare, della religione buddhista. La scelta di accettare, o rifiutare, quest'ultima dipese dalla lotta tra i clan dominanti per ottenere la supremazia sulla corte di Yamato. Da questa battaglia uscì vincitrice la fazione filobuddhista del clan dei Soga, imparentati, attraverso matrimoni vari, con la famiglia regnante. Sotto la guida del capo clan, Soga no Umako, vennero prese numerose iniziative attribuite al Principe ereditario Shotoku Taishi, reggente dell'allora imperatrice in carica.

Tra le iniziative più significative del principe reggente vi fu, a partire dal 600, la reintegrazione di ambascerie ufficiali in Cina; tali ambascerie, più che riportare risultati politici ed economici significativi, ebbero invece immense ripercussioni in ambito culturale: infatti, comprendevano persone che, dopo essersi fermate in Cina per studiarne l'arte, la letteratura, la religione, la filosofia e, soprattutto, il sistema politico e legislativo, avrebbero diffuso le conoscenze acquisite, una volta tornate in patria. Tra l'altro, da queste missioni diplomatiche ebbe origine la politica riformatrice promossa da Shotoku Taishi e appoggiata dal capo Soga, Umako. Queste riforme miravano, in emulazione del sistema burocratico cinese, a rafforzare il potere centrale dell'imperatore, attenuando il prestigio dei clan a vantaggio dei ranghi di corte.


Tuttavia, dopo la morte del Principe Shotoku (622) e di Umako (626), i Soga cambiarono politica, cercando di accrescere la propria influenza ai danni dell'autorità imperale. Così, sotto il nuovo capo clan, Soga no Iruka, il loro strapotere fu tale da suscitare la preoccupazione e la reazione della famiglia regnante: nel 645, Iruka fu quindi vittima di un colpo di Stato (immagine a sinistra) che eliminò per sempre l'egemonia dei Soga e fece salire al trono l'Imperatore Kotoku. La rivolta era guidata dal Principe imperiale Naka no Oe, salito al trono, nel 668, col nome di Tenji, e da un membro del clan Nakatomi, Nakatomi no Kamatari, che avrebbe ricevuto importanti cariche, nonché il nuovo prestigioso cognome di Fujiwara. Tale cognome sarà poi trasmesso ai discendenti di Kamatari che avrebbero, col tempo, dominato la corte in modo assoluto.

domenica 2 dicembre 2007

Il periodo Yamato o Kofun 古墳時代 (250/300-538 d.C.)2


Durante il periodo Kofun, l'autorità dei signori Yamato si estendeva non solo sulla maggior parte dell'attuale Giappone, ad eccezione dell' Honshu settentrionale e dell' Hokkaido, ma anche su alcune zone della Corea meridionale. Secondo la tradizione Giapponese, ciò sarebbe avvenuto grazie alla guerra di conquista portata dalla leggendaria "imperatrice" Jingu, regina amazzone e sciamana del IV secolo d.C.. Sebbene tale invasione risulti alquanto improbabile, il controllo sulla Corea è forse da collegarsi ai continui movimenti migratori tra Corea e Giappone durante il IV-VI secolo. Infatti, la presenza di oggetti di provenienza continentale nelle tombe-kofun e le tracce di attività giapponese nella penisola coreana, testimoniano un consistente spostamento di persone e merci tra le due regioni.

In particolare, molti uji e be avevano vincoli di parentela, rapporti commerciali e, soprattutto, alleanze militari con uno o più dei tre grandi regni esistenti nella penisola coreana tra il 300 e il 668: quello di Paekche a sud-ovest, quello di Silla nella parte sud-orientale, e quello di Koguryo (dal quale deriva il nome moderno Corea) a nord. Inoltre, nell' estremità meridionale della penisola, fra Silla e Paekche, c'era anche Kaya (detta Mimana, in giapponese), una colonia giapponese fondata da gruppi di guerrieri che erano giunti dall' arcipelago e che si erano inseriti nella guerra tra i tre regni corani.

A partire dalla metà del VI secolo, la presenza giapponese diminuì in quell'area, concludendosi definitivamente nel 663, quando la flotta del regno di Silla distrusse quella giapponese in una battaglia navale a largo della Corea. In seguito, Silla avrebbe imposto il proprio controllo sull'intera penisola, unificandola nel 668. Da allora il clan Yamato avrebbe rinunciato alle sue ambizioni espansionistiche sul continente, preoccupandosi piuttosto di consolidare il suo dominio in Giappone, dove andavano soffocate le ribellioni di alcuni uji e anche di alcune tribù aborigene dell' Honshu settentrionale.

martedì 27 novembre 2007

Il periodo Yamato o Kofun 古墳時代 (250/300-538 d.C.)1

A partire dalla seconda metà del III secolo d.C., si ha una nuova era archeologica che prende il nome dalla progressiva diffusione di grandi costruzioni funerarie, dette kofun, erette sulle tombe delle classi egemoni. Si tratta di tumuli di terra, la cui sagoma ricalcava un modello già utilizzato a partire dal II secolo. Nella maggior parte dei casi, questi tumuli avevano una forma "a buco di serratura"- quadrata davanti e rotonda dietro- ed erano corredati di statue cave di terracotta, chiamate haniwa, "anelli di argilla". Gli haniwa, posti in cima al tumulo o nel terrapieno circostante, riproducevano inizialmente oggetti militari (corazze, elmi, scudi ecc...) ma, in seguito, raffigurarono animali (in particolare cavalli) e persone legate al defunto (come guerrieri, musici e agricoltori). Pare che queste terracotte fossero uno staus symbol del defunto, così come i vari oggetti posti all'interno della tomba (armi specchi, gioielli e utensili agricoli).

Questi monumenti erano il simbolo del potere esercitato dai vari clan (uji) che allora governavano sull'arcipelago. Il potere di ciascun uji era diversificato e proporzionale alla dimensione e alla maestosità della tomba-kofun che riusciva a costruire. Infatti, le tombe più imponenti sono quelle concentrate nel Giappone centrale (precisamente nell'attuale provincia di Nara) e attribuite all'uji Yamato, il clan più forte che riunì tutti gli altri sotto la propria egemonia, creando così uno stato centralizzato. Per fare ciò, i signori di Yamato non ricorsero solo alla forza, alla minaccia o alla coercizione, ma anche, e soprattutto, alla negoziazione e alla persuasione, incorporando gli altri clan e coinvolgendo i loro capi nel nuovo sistema di potere. In questo modo, il clan Yamato si pose a capo di una confederazione di uji, con ciascuno dei quali stabiliva legami attraverso l'assegnazione di titoli onorifici (noti come kabane) e una proficua politica matrimoniale atta a rinsaldare le alleanze.

Ne risultò uno Stato con un sistema amministrativo fortemente gerarchizzato, il cui vertice era occupato dai capi Yamto seguiti dagli uji più vicini alla loro stirpe, i quali si occupavano di tasse e questioni militari. Man mano che diminuiva il legame di parentela con la stirpe egemone, gli altri capi uji potevano aspirare al titolo di omi (la classe ministeriale) o, in un gradino immediatamente inferiore, a quello di muraji (responsabile delle mansioni esecutive). Al di sotto e al servizio degli uji, vi erano i be, i lavoratori, raggruppati a seconda dell'occupazione che svolgevano: c'erano be di contadini, be di servitori, be di pescatori e così via. Infine, sotto i be, al livello più basso della gerarchia, stavano gli yatsuko, cioè gli schiavi.

Il periodo Kofun, contraddistinto quindi dalla presenza degli omonimi monumenti funerari e dall'ascesa dell'uji Yamato, termina nella prima metà del VI secolo d.C., quando l'introduzione del Buddhismo portò al progressivo abbandono della pratica di costruire le tombe a tumulo (a favore della cremazione) e alla trasformazione della coalizione di clan in vero e proprio Stato centralizzato su modello cinese.

martedì 20 novembre 2007

Il periodo Yayoi 弥生時代 (300 a.C-250/300 d.C.)3

Durante l'ultima fase del del periodo Yayoi (tra il II e il IV secolo circa), si verificava la trasformazione delle varie comunità territoriali che costituivano gran parte del Kyushu, dello Shikoku e dell'Honshu. All'interno di ciascuna comunità, infatti, andavano definendosi una stratificazione sociale e una organizzazione gerarchia sempre più marcate. Innanzi tutto, la presenza di grandi tombe di varia forma (circolare, quadrata o a "buco di serratura") a partire dal 100 d.C, costituisce la prova evidente dell'esistenza di una classe dirigente a capo di ciascuna comunità. Questo nucleo dominante, in giapponese, è detto Uji.

Col termine uji, tradotto generalmente con tribù o clan, si tende a indicare una sorta di famiglia allargata, i cui membri erano legati tra loro da un vincolo di sangue (reale o presunto che fosse) e sottostavano a un capo famiglia, detto uji no kami. Il capo uji era considerato il discendente diretto del dio fondatore della sua stirpe, detto ujigami, e quindi era allo stesso tempo re e sommo sacerdote, riunendo nella propria persona l'autorità ereditaria e quella religiosa. La sua importanza era inoltre rafforzata dal fatto che gli era attribuita anche la capacità di conoscenza profetica, entrando in contatto col dio attraverso il sogno. Il ruolo di uji no kami veniva trasmesso in modo ereditario insieme ai simboli del suo potere politico e sacrale: uno specchio di bronzo, una spada e un gioiello.

Sempre in quest'ultima fase del periodo Yayoi, avveniva un'altra importante trasformazione: alcune comunità uji, occupando posizioni strategiche favorevoli o disponendo di terre molto fertili e produttive, diventavano economicamente e militarmente più forti delle altre. Ciò sarebbe stato alla base di una serie di lotte per l'egemonia, durante le quali gli uji più potenti formavano alleanze coi vicini, assorbivano quelli più deboli o giungevano a veri e propri scontri sul campo di battaglia. Questi confronti si sarebbero conclusi con la nascita di una confederazione di uji guidata dal clan della pianura Yamato, nell'attuale provincia di Nara. L'uji Yamato riuscì inoltre a sottomettere tutti gli altri clan e a consolidare il proprio potere, non solo facendo affidamento sulla propria forza militare, ma anche dichiarando di discendere dalla massima divinità celeste, la dea del Sole Amaterasu Omikami. Disponendo di un tale ujigami, il clan Yamato acquisiva una posizione religiosa inattaccabile, legittimando così il proprio potere politico, ottenuto in precedenza con la forza.

L'affermazione dell'uji Yamato avrebbe quindi portato alla progressiva unificazione sociale e politica dell' arcipelago e alla formazione dello Stato giapponese. Inoltre, il capo di questo clan (l'uji no kami) e i suoi discendenti avrebbero costituito la massima autorità politica e sacrale col titolo di tenno (letteralmente "sovrano celeste"), ovvero di imperatore.

mercoledì 14 novembre 2007

Il periodo Yayoi 弥生時代 (300 a.C-250/300 d.C.)2

Durante gli scontri del periodo Yayoi, ciascuna comunità territoriale, organizzatasi attorno alla coltura del riso, stipulava alleanze strategiche con quelle vicine dando così origine a numerosi piccoli paesi. La maggior parte delle notizie che abbiamo su questi paesi in guerra tra loro, proviene dalle cronache cinesi dell'epoca. La prima di queste a fare menzione del Giappone è l' Han Shu (Storia di Han), una storia cinese composta nel I secolo d.C.. L'Han Shu, in particolare, si riferisce alla "Terra di Wa" (terra dei Nani), composta da un centinaio di "regni" guidati da capi locali, che la cronaca definisce "re" e "regine".

Una descrizione più dettagliata viene, invece, da una cronaca della metà del III secolo d.C., il Wei Chin (Storia di Wei, uno dei tre regni della Cina di quell'epoca) che racconta dello Yamatai, il più forte dei cento regni, allora governato da una regina sciamana nubile, chiamata Himiko. Secondo il Wei Chin, si trattava di una donna misteriosa, attorno alla quale ruotavano molte leggende come quella secondo cui "si occupasse di magia e stregoneria", incantando la gente. Come altri governanti, anche lei versava tributi alla Cina ricevendo in cambio la legittimazione del suo status regale, ma pare che venisse riconosciuta, dagli altri reggenti, come sovrano di tutta la terra di Wa (e non solo di un regno che la costituiva).

Per questo motivo, Yamatai viene identificato, da molti storici, con Yamato ovvero l'uji, sorta di clan o famiglia allargata, che sarebbe uscito vittorioso dagli scontri del periodo Yayoi diventando la massima autorità dell'arcipelago giapponese.

martedì 13 novembre 2007

Il periodo Yayoi 弥生時代 (300 a.C-250/300 d.C.)1

Quest' epoca, che segna un radicale cambiamento rispetto al periodo Jomon, prende il nome dal distretto Yayoi, a Tokyo, dove furono trovati i primi esemplari di un nuovo tipo di ceramica, piatta e rossiccia, decorata in modo meno elaborato ma di qualità superiore rispetto a quella del periodo precedente. Si tratta di una produzione varia e diversificata nel territorio, che presenta comunque aspetti di continuità con la ceramica Jomon. In effetti, la cultura Yayoi viene considerata come il risultato della fusione di elementi presenti nell'arcipelago giapponese fin dal 10000 a.C. con elementi nuovi portati dagli immigranti che giungevano dal continente a partire dal 400 a.C circa.

Dalla Cina, attraverso la Corea, giunsero, infatti, oggetti e prodotti nuovi come armi, specchi di bronzo e attrezzi agricoli. Ma , l'apporto più significativo di questa immigrazione fu senz'altro l'introduzione, verso il III-IV secolo a.C della risicoltura che segnò, per le isole giapponesi, l'inizio di una nuova era: infatti, la coltura del riso comportò l'aggregazione e l'insediamento permanente di gruppi di persone, insieme a tutta una serie di fenomeni sociali, religiosi e politici di cui era la causa.

Prima di tutto, lo svolgimento di questa attività richiedeva molta acqua pulita, una cura intensa e, quindi, anche di forme di collaborazione tra i coltivatori, determinando in tal modo l'importanza dei rapporti interni alle varie comunità attorno alle quali presero forma anche vari riti religiosi. Infatti, il bisogno di propiziarsi il favore degli elementi della natura per ottenere un buon raccolto, portava alla nascita del culto dello shinto (via degli dei) primitivo. Esso consisteva essenzialmente nel'ottenimento, attraverso la ritualità, della protezione delle divinità locali, i kami, con cui si identificavano fiumi, cascate, rocce, vulcani ecc...La protezione e il culto dei kami contribuirono a rafforzare i legami all'interno delle varie comunità e l'identificazione che ciascuna di esse aveva col territorio.

Infine, la risicoltura aveva determinato due fenomeni politici rilevanti: una stratificazione sociale più marcata all'interno di ciascuna comunità territoriale (col formarsi, per esempio, di un'élite dominante e di gerarchie); e una disparità di forza economica e militare tra le singole comunità, in quanto alcune disponevano di terre più fertili e produttive o occupavano posizioni strategiche migliori rispetto alle altre. Inoltre, lo sfruttamento della terra era (e sarebbe stata da allora fino agli inizi del secolo scorso) l'unica fonte di sostentamento, nonché di ricchezza e di potere. Ciò basta a spiegare la continua lotta, politica e militare, per il potere tra le varie comunità territoriali durante tutto il periodo Yayoi .

venerdì 2 novembre 2007

Il periodo Jomon 縄文時代 (10000-300 a.C.)


Il passaggio dal Paleolitico al Neolitico si colloca, in Giappone, attorno al 10000 a.C. con la comparsa di una manifattura ceramica. Infatti, il periodo Jomon (letteralmente "del disegno a corda") prende il nome dalla pratica di imprimere con una corda o una stuoia di paglia motivi decorativi su gran parte dei vasi d'argilla prodotti in questo arco di tempo. A questa produzione ceramica si accompagna anche quella di antichi manufatti di terracotta, detti dogu, che riproducono animali o figure antropomorfe. Utilizzati probabilmente in riti superstiziosi e magici legati all'invocazione di fertilità e abbondanza, i dogu rappresentano, nella maggior parte dei casi , figure femminili con seni e addomi sporgenti.

Nonostante questo periodo trovi un elemento di continuità nel tipo di ceramica realizzata, ultimamente si tende a definire le fasi dell'evoluzione della sua cultura. Così, probabilmente, i nuclei originari di una popolazione Jomon, tra Paleolitico e Neolitico, erano costituiti da cacciatori e raccoglitori mentre, tra il IX e l'VIII millennio a.C., il riscaldamento climatico permise la disponibilità di nuove risorse e favorì lo sfruttamento dei prodotti marini, come è dimostrato dal ritrovamento di enormi cumuli di conchiglie ritrovati vicino alla baia di Tokyo. Un ulteriore mutamento si registrò tra il 5000 e il 3500 a.C. con il miglioramento delle condizioni climatiche e l'innalzamento del livello del mare che permisero uno sfruttamento più abbondante delle risorse delle coste. Il successivo abbassamento del livello del mare, avvenuto verso la metà del IV millennio a.C., avrebbe, invece , portato a una riduzione delle risorse del mare, costringendo la popolazione Jomon a uno spostamento dalle regioni costiere a quelle interne. Tuttavia, già a partire dal 2000 a.C., si assiste al ritorno della maggior parte della popolazione sulla costa confermando la loro preferenza per una vita da raccoglitori e pescatori.

Il periodo Jomon non è stato, in pratica, un momento storico statico, ma caratterizzato da un processo di evoluzione storica condizionato da cambiamenti climatici, sviluppo di nuove tecnologie e aumento della consapevolezza del trascendentale con la conseguente diffusione dello sciamanismo, del ritualismo e di nuove pratiche di sepoltura. Tuttavia, l'introduzione della risicoltura nell'arcipelago intorno al 1000 a.C e il suo sviluppo a partire del 300 a.C., insieme all'immigrazione in Giappone di nuove popolazioni, segnarono la fine di questo periodo e l'inizio di uno nuovo,il periodo Yayoi. Infatti, la cultura Jomon, fondata essenzialmente sulla caccia, la raccolta e la vita seminomade avrebbe lasciato il posto a una cultura agricola, proveniente dal continente e caratterizzata da una vita sedentaria attorno a campi fertili e dallo sviluppo di un'organizzazione socio-politica basata su comunità locali legate al territorio. Sarà proprio a partire da questi nuovi insediamenti che inizierà a formarsi e definirsi la società giapponese come noi la conosciamo.