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mercoledì 18 giugno 2008

Le scuole buddhiste del periodo Heian

Durante il periodo Heian (794-1185), ebbe luogo una grande trasformazione del buddhismo ma, per comprenderla, bisognerebbe fare qualche passo indietro. Prima di tutto, questa religione era nata in India nel VI secolo a.C. ed era giunta dalla Cina e dalla Corea come concezione puramente intellettuale, atta a rafforzare e legittimare il potere centrale, rappresentato allora dal clan Soga e dalla casa imperiale. Infatti, quando il buddhismo fece ufficialmente il suo ingresso in Giappone nel 538, a fare presa sulle classi elevate non furono tanto le originarie concezioni di questa religione (come l'atteggiamento pessimistico verso la vita, la reincarnazione e il nirvana), quanto piuttosto l'arte, la letteratura, i cerimoniali e i poteri magici che accompagnavano la sua filosofia. Inoltre, fino all'VIII secolo, il buddhismo rimase strettamente confinato all'aristocrazia di corte, senza che le sei cosiddette sette di Nara coinvolgessero il resto della popolazione.

Tuttavia, un mutamento sostanziale della situazione avvenne proprio nel periodo in questione, precisamente all'inizio del IX secolo, quando dal continente giunsero due nuove scuole di pensiero che si diffusero maggiormente tra il popolo; entrambe furono introdotte da due monaci che avevano accompagnato la missione diplomatica in Cina dell'804. Uno di questi monaci, Kukai (744-835), noto altrimenti come Kobo Daishi (Daishi significa "grande maestro"), portò con sé dalla Cina gli insegnamenti del buddhismo tantrico e fondò come suo quartiere generale un monastero sul monte Kuya, all'estremità meridionale della capitale. Così introdusse lo Shingon (letteralmente, "vera parola"), una setta esoterica, che presentava comunque un'aspetto popolare caratterizzato da formule magiche, incantesimi per i morti e altri rituali. Lo Shingon ottenne grande popolarità negli ambienti di corte, proprio in quanto poneva l'accento sulla ritualità magica; inoltre, dato che considerava le divinità shintoiste manifestazioni locali giapponesi delle universali divinità buddhiste, esso contribuì anche alla fusione sia teologica che istituzionale delle due religioni.

L'altro bonzo di ritorno dall'ambasceria dell'804, Saicho (767-822), noto anche come Dengyo Daishi, promosse invece la costruzione di un vasto complesso monastico sul monte Hiei-zan, situato a nord-est di Heian: dato che il nord-est era considerata una direzione infausta, Saicho, per proteggere la capitale dagli influssi maligni, aveva scelto proprio il monte Hiei-zan come luogo ideale in cui fondare la sua scuola, la setta del Tendai (il nome deriva dal monte Tiantai dove il monaco aveva appreso la dottrina in Cina). Si trattava di una scuola eclettica, secondo la quale tutti gli esseri viventi potevano diventare "Buddha", giungere cioè a uno stato di illuminazione, attraverso una serie di pratiche (studi, meditazioni ed evocazioni); tale dottrina ebbe grande successo presso tutti gli strati sociali, tanto da diventare religione di stato, in quanto riuscì ad assorbire elementi provenienti da vari culti e scuole (sia buddhiste che shintoiste), adattandole a livelli diversi di comprensione individuale.

Col tempo, i complessi monastici di queste due scuole riuscirono a diventare veri e propri centri di potere alternativi alla Corte imperiale. Essi, infatti, avevano iniziato a rifornirsi di armi e a disporre di monaci guerrieri (detti sohei), non solo per dirimere contrasti politici e dottrinali interni o con altre scuole, ma soprattutto per impadronirsi con la forza di estesi spazi agricoli. Emblematico è il caso della setta Tendai, il cui tempio di Enryaku-ji sul monte Hiei-zan fu, al tempo di Saicho, il fulcro di un complesso di oltre 3000 edifici: i suoi numerosi monaci finirono per costituire un esercito in armi e perfino orde di banditi che, a partire dall' XI secolo, effettuavano sporadiche, ma devastanti, incursioni in città. Inoltre, queste sette disponevano pure di un potere magico-religioso che utilizzarono spesso per intimorire e minacciare il governo imperiale. Quindi quest'ultimo, pur non vedendo direttamente minacciata la sua autonomia dalla presenza di templi buddhisti all'interno della capitale (come era avvenuto invece nel periodo Nara), venne progressivamente privato di numerosi possedimenti terrieri, e quindi del potere effettivo, dalle nuove istituzioni religiose.

lunedì 17 dicembre 2007

L'introduzione del Buddhismo e il dominio dei Soga 2


Il successo militare garantì al clan Soga una posizione predominante sulla dinastia imperiale Yamato, posizione tra l'altro rafforzata dal "monopolio", tanto politico quanto religioso, che aveva sulla nuova religione buddhista. Il potere e l' influenza dei Soga fu tale da permettere loro perfino di usurpare l'autorità del sovrano: nel 592, il capo clan, Soga no Umako, fece assassinare l'imperatore in carica, in quanto ostacolo alle sue ambizioni; al suo posto salì al trono l'imperatrice Suiko, legata ai Soga da parte materna, affiancata a sua volta da un reggente (sesshoo). Si trattava di Shotoku Taishi (574-622), principe sposato a una donna del clan Soga, che dominò per lungo tempo la scena politica giapponese, assumendo di fatto le redini del governo. Fortunatamente per la continuazione della stirpe regnante, il Principe Shotoku si dedicò al suo rafforzamento, stabilendo un solido legame tra l'istituzione imperiale e il Buddhismo.

Infatti, il Buddhismo, col suo cerimoniale e i suoi valori universali, poteva diventare per la stirpe imperiale uno strumento politicamente utile, dato che era in grado di rafforzare l'idea e il prestigio del sovrano assoluto. Inoltre, identificando la religione buddhista con la famiglia imperiale, quest'ultima acquisiva una dignità e un'autorità simile a quella del sovrano cinese. Per questi motivi, la nuova dottrina fu accolta come la religione ufficiale dello Stato Giapponese in un momento in cui questo, fallito il tentativo di espansione in Corea, mirava a consolidarsi e a rafforzarsi in vista di possibili invasioni dal continente da parte della Cina dei T'ang. D'altra parte, la Cina divenne per il Giappone non solo una potenza da temere ma anche un modello da imitare per creare uno stato unificato, forte e centralizzato; il timore dell'espansionismo T'ang avrebbe, quindi, contribuito all'accelerazione di tale processo di centralizzazione del potere, attingendo dalle istituzioni che stavano alla base dell'Impero cinese.

lunedì 10 dicembre 2007

L'introduzione del Buddhismo e il dominio dei Soga 1


Nata in India nel VI secolo a.C., la religione buddhista fece il suo ingresso in Giappone circa un millennio dopo, precisamente nel 538, data convenzionale della sua introduzione nell'arcipelago attraverso la Corea. Infatti, secondo la tradizione, il sovrano dell'allora regno coreano di Paekche avrebbe inviato all'imperatore Kinmei statue, scritti buddhisti e un messaggio sull'utilità di questa dottrina, in grado di "soddisfare tutti i desideri in proporzione all'uso" che di essa si faceva.

A quell'epoca, il Gaippone era governato dal capo del clan (uji) Yamato, considerato imperatore dell' arcipelago ma che, di fatto, esercitava un potere solo formale: infatti, non era ancora in grado di imporre l'autorità assoluta sui potenti capi locali, ciascuno dei quali godeva di una grande autonomia ed era interessato a soddisfare le proprie ambizioni. In questa situazione, l'ingresso del Buddhismo, non interessando ancora le masse popolari, determinò invece una contrapposizione fra le élites al potere, divise in favorevoli o avverse a introdurlo nel Paese. E' chiaro come la scelta di ciascun clan di favorire o ostacolare la nuova dottrina dipendesse dalla preoccupazione di tutelare i suoi interessi e prerogative. Infatti, molti clan, in particolare quelli di antica origine come i Mononobe e i Nakatomi, ricavando legittimità, potere e prestigio dai culti indigeni shintoisti, vedevano nel Buddhismo una minaccia alla posizione che occupavano e ciò li porto in guerra conto i fautori della nuova religione, i Soga.

Quello dei Soga era un clan particolarmente influente di origine coreana che, da poco insediatosi in Giappone, occupava un ruolo di mediazione commerciale tra l'arcipelago e il continente. Questo uji non vedeva quindi la legittimazione del suo potere nei dettami religiosi dello Shinto ma nel Buddhismo, inteso come strumento per rafforzare ulteriormente il proprio controllo politico sulla famiglia imperiale, pur avendo già stabilito con essa vincoli di parentela. Guidati dal loro capo clan, Soga no Umako, i Soga uscirono vincitori nel 587 dalla guerra contro i clan ostili all' introduzione del Buddhismo capeggiati dai Mononobe.

La vittoria dei Soga garantì l'arrivo nell'arcipelago di monaci, reliquie, artigiani, e costruttori di templi provenienti dalla Corea. Tutto ciò diede un'apporto significativo alla diffusione della dottrina buddhista tra le classi dominanti e alla costruzione di ricchi templi, divenuti i nuovi simboli del potere dei clan dominanti. Il Buddhismo portò inoltre con sé un bagaglio culturale che comprendeva la medicina, il Confucianesimo, la burocrazia, la gestione politica su modello cinese e, soprattutto, la scrittura, segnando così il passaggio dall' età protostorica a quella propriamente storica.